La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”.
Gli apostoli erano sprangati in casa per paura e Gesù invece oltrepassa ogni chiusura e appare portando pace.
Questo particolare narrato nel Vangelo ci ricorda uno degli effetti della morte e resurrezione che abbiamo ripercorso nel triduo pasquale che ci siamo da poco lasciati alle spalle: non vi è più alcun limite; Gesù risorto può raggiungerci ovunque, anche nel luogo più remoto e più chiuso, morte compresa.
Nella seconda domenica di Pasqua si celebra la festa della divina misericordia, istituita nel 1992da san Giovanni Paolo II sulla scia delle rivelazioni avute dalla santa suor Faustina Kowalska nelle quali Gesù le rivelò il desiderio che tutta l’umanità potesse conoscere il suo sconfinato amore e la sua immensa misericordia. Con la morte e resurrezione di Cristo il perdono di Dio si è diffuso ovunque, lo possiamo ricevere tutti, è come l’aria che ci consente di esistere però sovente rischiamo di vivere in apnea e per di più lamentandoci che l’esistenza è affannata. L’ossigeno della misericordia si è sprigionato dalla croce e dal sepolcro per la nostra salvezza eppure noi pensiamo di poterne fare a meno. Ricordiamoci bene che non c’è salvezza senza misericordia di Dio! Stiamo attenti a non fare del cristianesimo e del cammino di fede una questione di puro sforzo personale, di moralismo, di zelante coerenza quasi a dimostrare al Signore che non abbiamo bisogno di Lui. Nella seconda lettura, verso la fine del brano, Pietro afferma che la mèta del cammino di fede è la salvezza delle anime ma non la si può raggiungere contando esclusivamente sulle nostre forze, ricorrendo a strategie puramente umane.
Salvezza deriva dal latino “salus”,ha attinenza con la salute. Per vivere bene non basta confidare esclusivamente nei nostri mezzi, nel benessere materiale, nel progresso, nella tecnologia, nella cura della salute fisica per quanto siano importanti ma abbiamo bisogno di sentirci amati e questo non solo dalle persone ma anche da Dio, percepire che nonostante i nostri limiti, ferite e peccati noi andiamo bene, abbiamo un valore e questo ce lo fa cogliere soltanto Gesù con il suo perdono, in particolare quando ci confessiamo.
Si può ricorrere anche ad uno psicologo per conoscerci meglio, per comprendere alcune cose di noi però dopo aver individuato le ferite dell’animo e della nostra storia dobbiamo essere consapevoli che nessuno può guarirle se non Dio e il suo perdono aiutandoci a guardarci con misericordia. Non a caso una delle tentazioni più grosse che il demonio insinua nei nostri cuori e nella nostra mente è quella di farci pensare di non andare mai bene, ci butta in faccia le nostre miserie e i punti deboli per farci sentire delle schifezze, in più ci fa credere che nessuno sia in grado di salvarci dai nostri peccati, al massimo possiamo aggiustarci e abbellirci ricorrendo a vari stratagemmi per salvare le apparenze. La morte e resurrezione di Cristo hanno invece diffuso ovunque l’amore e il perdono, dal sepolcro aperto si è sprigionato l’ossigeno della misericordia di Dio che è per tutti, dobbiamo soltanto respirarla e accoglierla.
Franco Mazzucchelli (1939) artista italiano formatosi all’Accademia di Brera, lo si può definire lo scultore dell’aria, fin dalla fine degli anni ‘60 ha iniziato a portare l’arte fuori dalle gallerie, entrando in dialogo con il paesaggio creando dei gonfiabili, sculture d’aria che abbandona in spazi pubblici e con fotografie documenta la reazione della gente. Un esempio è Elica del 1985, un grande serpentone di plastica pieno d’aria inserito nel cortile d’ingresso dell’Accademia di belle arti di Brera a Milano. L’aria è ovunque eppure non è un elemento che si può modellare e tanto meno scolpire ma se convogliato in un gonfiabile ecco che dona forma. Mazzucchelli utilizza l’aria per creare, per dare vita a strutture, lo stesso vale per la misericordia di Dio: è diffusa ovunque ma dobbiamo aprirci ad essa e saperla accogliere per consentirle di creare qualcosa di nuovo, per rinnovare la nostra vita, per darle nuova forma, per donarci vera pace interiore e questo accade solo se ci percepiamo come persone non vuote ma circondate ed attraversate dall’amore di Dio.
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Letture d’arte è un’idea nata dieci anni fa che don Quattrone ha realizzato e che sta portando avanti per il settimanale Il Corriere della Valle della Diocesi di Aosta.
Si tratta del commento delle letture della domenica compiendo un viaggio nello sconfinato panorama della storia dell’arte.
Ogni settimana accosta la Parola di Dio della domenica ad un’opera, spaziando in varie forme espressive quali la pittura, la scultura, l’installazione, la fotografia, l’architettura. Si tratta di un percorso che si muove nelle varie epoche, senza pregiudizi, scoprendo la forza e la bellezza non solo dell’arte antica ma anche di quella moderna e contemporanea.
Questo cammino è iniziato quasi per gioco e sulla scia degli studi compiuti all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano dove Paolo Quattrone si è laureato nel 2008. La sfida è quella di riscoprire l’arte come canale privilegiato per rientrare in noi stessi, parlare di Dio e andare a Lui.
Il pensiero di fondo che caratterizza questa esperienza è quello che un’opera d’arte è tale nel momento in cui riesce a farci andare oltre la superficie, oltre la realtà. L’artista, come sosteneva Kandinskij, è un sacerdote che ha la missione di aprirci una finestra verso l’oltre, per farci accorgere che esiste una dimensione spirituale, per aiutarci ad esplorare i sentieri dello spirito.
Questo ha portato don Quattrone ad affermare senza ombra di dubbio che tutta l’arte è sacra. E’ un errore immenso distinguere tra arte sacra e profana! Esiste l’arte religiosa e non, ma non è il soggetto rappresentato che rende sacra o meno una pittura, una scultura, un brano musicale o un film ma è ciò che trasmette, l’energia, la forza che suscita nel cuore dello spettatore.
Questa esperienza è possibile non soltanto ammirando opere a soggetto religioso ma anche contemplando quadri, sculture, installazioni che apparentemente sembrano non comunicare nulla di profondo. Un’opera d’arte è tale quando acquista una sua autonomia, una vita propria, quando riesce a far compiere all’osservatore riflessioni e percorsi che vanno oltre le intenzioni dell’autore. Accostare Parola di Dio e arte vuol dire far convivere due canali che hanno la finalità di farci andare oltre la superficie, che conducono l’uomo a pensare, a scoprire la dimensione spirituale della propria esistenza.