A cosa serve una diga se l’acqua che contiene non viene convogliata per produrre energia idroelettrica o per consentire di alimentare i fiumi? A nulla! Utagawa Hiroshige (1797-1858) è un incisore e pittore giapponese che iniziò tardi la carriera artistica. Un viaggio, intrapreso lungo la rotta commerciale principale della sua patria, ispirerà alcuni dei suoi lavori più noti caratterizzati dal tema del paesaggio giapponese. Le sue opere si diffonderanno in Europa e influenzeranno artisti come Monet e van Gogh. Verso la fine della sua vita realizzò una serie di disegni dal titolo 'Cento famose vedute di Edo (l’anticaTokyo)' di cui fa parte l’opera 'Diga del fiume Otonashi' (1857). In un paesaggio verde e rigoglioso si intravede sul fondo uno sbarramento dal quale fuoriesce dell’acqua che va ad alimentare un corso fluviale.
Nel brano di Vangelo Gesù fa questa affermazione: “Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà”. La nostra esistenza è come l’acqua di una diga, non è fatta per essere trattenuta bensì donata, solo così può generare energia e vita. Uno dei punti cruciali e problematici del nostro esistere è che a volte non sentiamo fluire in noi l’esistenza, ci sentiamo spenti, bloccati, apatici, depressi, tristi e questo solitamente dipende dal fatto che viviamo da trattenuti. Sovente cadiamo in questa terribile tentazione del demonio: credere che, pensando solo a me e rintanandomi nel mio io, possa vivere meglio ma è un’illusione che invece di portarci alla felicità ci conduce ad una tristezza profonda e sconfinata.
Se Gesù avesse pensato solo a sé stesso e al suo vantaggio personale certamente non sarebbe morto in croce, si sarebbe ritirato a vita privata per salvare la pelle, praticando per alcuni anni il mestiere di falegname per poi morire di vecchiaia. Ha deciso invece di prendere una strada più difficile ma decisamente fruttuosa, non ha messo davanti a tutto il suo io ma noi, l’umanità intera, non si è trattenuto ma si è donato. Se avesse tenuto per sé la vita l’avrebbe sprecata, persa, la sua missione non si sarebbe compiuta. Questo vale anche per noi, la nostra esistenza è fatta per essere donata, per aprirsi esattamente come l’acqua della diga rappresentata da Hiroshige che contribuisce ad alimentare il corso d’acqua consentendo alla natura di essere rigogliosa e all’uomo di vivere bene.
Sappiamo però che l’acqua che fuoriesce da uno sbarramento artificiale dev’essere regolata altrimenti rischia di creare danni e distruzione, questo ci deve far riflettere sul fatto che occorre avere una giusta misura, è bene donarsi senza stare a guardare troppo l’orologio ma allo stesso tempo non dobbiamo correre il rischio di esagerare, di tirare troppo la corda perché questo ci porta ad un affaticamento esagerato e oltretutto rischia di limitare la collaborazione e la responsabilizzazione di altre persone; il rischio è quello di voler fare tutto noi, di occupare la scena e di non dare spazio agli altri sommergendoli.
Spesso rischiamo di essere come le ondate di acqua che travolgono tutto e tutti facendo danni. Allo stesso tempo sappiamo bene che ci vuole un periodo nel quale consentire alla diga di riempirsi raccogliendo l’acqua delle sorgenti e quella piovana, ci vuole un tempo di attesa, di sosta dall’attività e questo vale anche per noi, se ti doni solo senza ricaricarti alla fine sei vuoto! Occorre avere un sano equilibrio, donarci con generosità ma allo stesso tempo trovare dei momenti per riposare, per staccare, per fare altro e per pregare altrimenti ci esauriamo. In particolare per chi dona il suo tempo a servizio della Chiesa, il rischio è di ridursi a fare ed organizzare perdendo di vista il vero fine: Gesù e il Vangelo. Il pericolo è di fare e di non coltivare la fede e così prima o poi ci si prosciuga.
Aggiungo quest’ultima riflessione: all’inizio del Vangelo Gesù dice: “chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me”. Mi vengono alla mente gli sposi. Un genitore per un figlio farebbe qualsiasi cosa ma non bisogna perdere di vista le priorità: al primo posto ci dev’essere Dio e l’amore tra i due coniugi poi subito dopo quello per i figli, questo per una semplice ragione: un giorno se ne andranno di casa per seguire la loro strada e marito e moglie resteranno soli. Cos’è che li ha tenuti insieme? Solo i figli oppure il loro amore e l’aver confidato ogni giorno in Dio?
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Letture d’arte è un’idea nata dieci anni fa che don Quattrone ha realizzato e che sta portando avanti per il settimanale Il Corriere della Valle della Diocesi di Aosta.
Si tratta del commento delle letture della domenica compiendo un viaggio nello sconfinato panorama della storia dell’arte.
Ogni settimana accosta la Parola di Dio della domenica ad un’opera, spaziando in varie forme espressive quali la pittura, la scultura, l’installazione, la fotografia, l’architettura. Si tratta di un percorso che si muove nelle varie epoche, senza pregiudizi, scoprendo la forza e la bellezza non solo dell’arte antica ma anche di quella moderna e contemporanea.
Questo cammino è iniziato quasi per gioco e sulla scia degli studi compiuti all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano dove Paolo Quattrone si è laureato nel 2008. La sfida è quella di riscoprire l’arte come canale privilegiato per rientrare in noi stessi, parlare di Dio e andare a Lui.
Il pensiero di fondo che caratterizza questa esperienza è quello che un’opera d’arte è tale nel momento in cui riesce a farci andare oltre la superficie, oltre la realtà. L’artista, come sosteneva Kandinskij, è un sacerdote che ha la missione di aprirci una finestra verso l’oltre, per farci accorgere che esiste una dimensione spirituale, per aiutarci ad esplorare i sentieri dello spirito.
Questo ha portato don Quattrone ad affermare senza ombra di dubbio che tutta l’arte è sacra. E’ un errore immenso distinguere tra arte sacra e profana! Esiste l’arte religiosa e non, ma non è il soggetto rappresentato che rende sacra o meno una pittura, una scultura, un brano musicale o un film ma è ciò che trasmette, l’energia, la forza che suscita nel cuore dello spettatore.
Questa esperienza è possibile non soltanto ammirando opere a soggetto religioso ma anche contemplando quadri, sculture, installazioni che apparentemente sembrano non comunicare nulla di profondo. Un’opera d’arte è tale quando acquista una sua autonomia, una vita propria, quando riesce a far compiere all’osservatore riflessioni e percorsi che vanno oltre le intenzioni dell’autore. Accostare Parola di Dio e arte vuol dire far convivere due canali che hanno la finalità di farci andare oltre la superficie, che conducono l’uomo a pensare, a scoprire la dimensione spirituale della propria esistenza.