La Parola di Dio che la Chiesa ci propone per la XXVII domenica del tempo ordinario è in perfetta sintonia con la stagione della vendemmia.
Proprio la scorsa settimana, poiché dovevo preparare la predica per la Messa dei viticultori di Donnas, ho chiesto qualche delucidazione a un mio amico agronomo per conoscere meglio alcuni dettagli della coltivazione della vigna e soprattutto per capire quali potature si fanno.
La vite ho scoperto che è una liana, tende ad arrampicarsi e a crescere in altezza, per questa ragione è fondamentale contenerla per evitare che si sviluppi in modo disordinato perciò nei mesi di dicembre, gennaio e febbraio si procede con la potatura secca per eliminare i tralci che altrimenti andrebbero per conto loro. Verso fine maggio, dipende dalle località, si fa la potatura verde per eliminare i germogli sterili e poco produttivi affinchè i grappoli che cresceranno possano essere vigorosi; in più si fa una defogliazione per avvantaggiare l’irraggiamento solare e ridurre il rischio di malattie.
Più o meno a metà agosto si procede con il diradamento dei grappoli eliminando quelli più malandati o con scarsa maturazione per favorire e migliorare la qualità degli altri. In poche parole, per fare del buon vino, occorre prendersi cura della vigna tutto l’anno e soprattutto bisogna compiere dei tagli, non si può tenere tutto sennò è un disastro.
La nostra esistenza è come una vigna che Dio ci ha donato e affidato perciò occorre chiederci: in quali condizioni si trova?
Nella prima lettura tratta da Isaia troviamo questo passaggio: “Egli l'aveva dissodata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato viti pregiate; in mezzo vi aveva costruito una torre e scavato anche un tino. Egli aspettò che producesse uva; essa produsse, invece, acini acerbi”.
I grappoli della mia esistenza sono saporiti? A volte si corre il rischio di fare tante cose, anche buone e sante, però con un senso di insipidezza, di dispersione e questo accade perché ne facciamo troppe! Occorre allora procedere con qualche potatura sennò i grappoli saranno anche tanti ma sciapi e acerbi.
Il versetto al Vangelo, tratto da Giovanni, recita così: “Io ho scelto voi, dice il Signore, perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”.
Dio ci ha donato la vita non per fare tutto ma perché la nostra esistenza porti frutto e sapore per noi stessi e per gli altri. Sovente ci prendiamo troppi impegni ed incarichi per sentirci importanti, vivi, affermati ma così facendo ci dissipiamo. Occorre allora ogni tanto fermarci, fare un giro nella nostra vigna e chiederci: dove e come tagliare, a cosa e a chi dire di si e di no, quali priorità sono da valorizzare?
Il rischio altrimenti è di diventare una vigna fuori controllo che si espande ovunque ma che non produrrà nulla di saporito e significativo.
San Paolo dalla seconda lettura ci suggerisce di coltivare ciò che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, che è onorato, che è virtù e che merita lode mentre spesso andiamo dietro a robe che ci corrompono e alla fine dai nostri grappoli esce solo aceto e non un vino amabile e nobile. Anche in questo caso occorre domandarci dove dare un taglio, quale abitudine sbagliata vada eliminata perché non ci fa bene e come riorganizzare il nostro tempo. Il brano di Matteo ci ricorda un terzo aspetto: la vigna della nostra esistenza è un dono e non una proprietà che possiamo gestire in completa solitudine impadronendocene.
Ogni tanto dobbiamo dare un taglio al nostro orgoglio che ci porta a vivere sintonizzati solo su noi stessi senza prestare ascolto agli altri e tanto meno a Dio. La coltivazione della vite e la produzione di vino erano già praticate presso gli antichi egizi come testimonia un dettaglio di una pittura murale (XVI-XIV secolo a.C) presso la tomba di Nakht a Tebe.
A sinistra cinque uomini pigiano l’uva, un altro controlla la spremitura mentre altri due raccolgono e controllano i grappoli. Forse non è un caso che vita e vite siano due parole pressochè identiche: la vita è simile alla vite, non possiamo lasciarla crescere a caso, senza prestarle cura ed attenzione, in completa solitudine non coinvolgendo Dio e gli altri e soprattutto è importante ispezionarla periodicamente per verificare quale potatura effettuare sennò i grappoli ne possono risentire, potrei raccoglierne anche tanti ma potrebbero non essere succosi e saporiti.
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Letture d’arte è un’idea nata dieci anni fa che don Quattrone ha realizzato e che sta portando avanti per il settimanale Il Corriere della Valle della Diocesi di Aosta. Si tratta del commento delle letture della domenica compiendo un viaggio nello sconfinato panorama della storia dell’arte. Ogni settimana accosta la Parola di Dio della domenica ad un’opera, spaziando in varie forme espressive quali la pittura, la scultura, l’installazione, la fotografia, l’architettura.
Si tratta di un percorso che si muove nelle varie epoche, senza pregiudizi, scoprendo la forza e la bellezza non solo dell’arte antica ma anche di quella moderna e contemporanea. Questo cammino è iniziato quasi per gioco e sulla scia degli studi compiuti all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano dove Paolo Quattrone si è laureato nel 2008. La sfida è quella di riscoprire l’arte come canale privilegiato per rientrare in noi stessi, parlare di Dio e andare a Lui.
Il pensiero di fondo che caratterizza questa esperienza è quello che un’opera d’arte è tale nel momento in cui riesce a farci andare oltre la superficie, oltre la realtà. L’artista, come sosteneva Kandinskij, è un sacerdote che ha la missione di aprirci una finestra verso l’oltre, per farci accorgere che esiste una dimensione spirituale, per aiutarci ad esplorare i sentieri dello spirito. Questo ha portato don Quattrone ad affermare senza ombra di dubbio che tutta l’arte è sacra. E’ un errore immenso distinguere tra arte sacra e profana! Esiste l’arte religiosa e non, ma non è il soggetto rappresentato che rende sacra o meno una pittura, una scultura, un brano musicale o un film ma è ciò che trasmette, l’energia, la forza che suscita nel cuore dello spettatore.
Questa esperienza è possibile non soltanto ammirando opere a soggetto religioso ma anche contemplando quadri, sculture, installazioni che apparentemente sembrano non comunicare nulla di profondo. Un’opera d’arte è tale quando acquista una sua autonomia, una vita propria, quando riesce a far compiere all’osservatore riflessioni e percorsi che vanno oltre le intenzioni dell’autore.
Accostare Parola di Dio e arte vuol dire far convivere due canali che hanno la finalità di farci andare oltre la superficie, che conducono l’uomo a pensare, a scoprire la dimensione spirituale della propria esistenza.