Religio et Fides | 15 ottobre 2023, 09:00

'Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?'; Paul Gauguin, 1897

Lettura d'arte domenicale a cura di don Paolo Quattrone

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? Paul Gauguin 1987

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? Paul Gauguin 1987

 

Tutti siamo in viaggio, spesso ce ne dimentichiamo illudendoci di restare sulla terra per sempre e pensando che la morte toccherà tutti meno che noi, ma la realtà è notevolmente diversa!

Le letture che la liturgia della Chiesa ci offre ci mostrano la mèta, allargano il nostro orizzonte per ricordarci che l’esistenza non è limitata alla dimensione terrena; vi è la morte ma questa non è altro che un passaggio che conduce alla vita eterna dove vivremo per sempre!

Dove andiamo? E’ una delle tre domande che compongono il titolo del grande dipinto (alto 1,40 m e largo 3,75 m) realizzato nel 1897 dal francese Paul Gauguin, un uomo inquieto che amava spesso porsi interrogativi sul senso dell’esistenza. Dopo gli studi lavorò nel mondo borsistico per poi passare, dopo un tracollo economico, a scoprire che l’arte era la sua vera strada. Frequentò Bernard e Van Gogh con i quali inaugurò un nuovo modo di dipingere: il colore diventa il protagonista assoluto con il ruolo di trasmettere emozioni e non semplicemente di riempire le forme. Con Vincent convisse per un breve periodo ad Arles ma ben presto ebbero una lite furibonda e per questa ragione l’artista olandese si tagliò un pezzo di orecchio.

Gauguin, sempre più alla ricerca del senso della vita, decise di abbandonare l’Europa, la moglie e le figlie per andare a Tahiti affermando: “Sono fuggito da tutto ciò che è artificiale e convenzionale”, alla ricerca di una vita semplice, genuina quasi primitiva e non corrotta dal sistema economico occidentale. Proprio a Tahiti dipinse questa grande opera che va letta da destra verso sinistra.

Un bambino posato su una roccia dove nessuno lo considera evoca la domanda: da dove veniamo? Un giovane al centro coglie un frutto, rappresenta l’età di mezzo, dove c’è tutta la vita da cogliere evocando l’interrogativo: chi siamo? Infine all’estrema sinistra vi è una persona anziana rannicchiata su se stessa che ci interpella sul tema: dove andiamo?

Da notare i colori: il bambino è giallo verdastro come se fosse un frutto non ancora maturo, il giovane in centro è giallo brillante, è in piena maturità e vigore, infine la persona anziana è marrone, come se fosse una banana dimenticata da qualche parte e annerita.

Esiste un ciclo della vita che si conclude con la morte e non possiamo ignorare la domanda: dove andiamo? Qualcuno preferisce non farsela per scaramanzia come se bastasse questo per vivere di più… altri eludono il tema dell’aldilà perché troppo presi da ciò che c’è qua, concentrati su ciò che c’è da fare, da conquistare, da ottenere, come gli uomini del brano di Vangelo che non accettano l’invito a nozze perché presi da troppe occupazioni.

Il re, della parabola che Gesù narra, manda allora i servi a invitare alla festa tutti coloro che stavano ai crocicchi delle strade, in realtà la parola nel testo originario greco non è "incrocio" bensì: termine della via. Vengono mandati a coloro che erano alla fine del loro percorso, ai margini, in un vicolo cieco e questi accettano.

Per fermarmi e iniziare a farmi qualche domanda sulla morte e il dopo, devo proprio trovarmi di fronte ad una malattia, una disgrazia o un lutto? Le letture ci ricordano che in ciascuno di noi alberga una domanda alla quale spesso non diamo voce per paura, per superficialità o peggio per scaramanzia. Dove andiamo? Non c’è nulla di male nel domandarcelo e forse sarebbe meglio farlo quando non siamo troppo coinvolti da drammi personali o di altri perché non è detto che abbiamo poi la forza per affrontare la questione con una certa lucidità.

Per Gauguin noi nasciamo per caso, siamo buttati dentro l’esistenza come quel bambino posato sul masso e dopo la morte dubita vi sia un dopo. In secondo piano, nel quadro, l’artista pone da una parte un idolo e a destra due persone vestite di rosso che escono da un antro buio per suggerirci che alle tre domande tentano di rispondere la religione e la filosofia.

Impariamo a non censurare in noi stessi la domanda su cosa c’è dopo, affrontiamola anche con i figli i quali rischiano di vedere la morte ogni giorno in tv e mai parlandone, dialogando, confrontandosi e osservandola alla luce di ciò che ci ha rivelato Gesù con la sua morte e resurrezione.

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Letture d’arte è un’idea nata dieci anni fa che don Quattrone ha realizzato e che sta portando avanti per il settimanale Il Corriere della Valle della Diocesi di Aosta. Si tratta del commento delle letture della domenica compiendo un viaggio nello sconfinato panorama della storia dell’arte. Ogni settimana accosta la Parola di Dio della domenica ad un’opera, spaziando in varie forme espressive quali la pittura, la scultura, l’installazione, la fotografia, l’architettura.

Si tratta di un percorso che si muove nelle varie epoche, senza pregiudizi, scoprendo la forza e la bellezza non solo dell’arte antica ma anche di quella moderna e contemporanea. Questo cammino è iniziato quasi per gioco e sulla scia degli studi compiuti all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano dove Paolo Quattrone si è laureato nel 2008. La sfida è quella di riscoprire l’arte come canale privilegiato per rientrare in noi stessi, parlare di Dio e andare a Lui.

Il pensiero di fondo che caratterizza questa esperienza è quello che un’opera d’arte è tale nel momento in cui riesce a farci andare oltre la superficie, oltre la realtà. L’artista, come sosteneva Kandinskij, è un sacerdote che ha la missione di aprirci una finestra verso l’oltre, per farci accorgere che esiste una dimensione spirituale, per aiutarci ad esplorare i sentieri dello spirito. Questo ha portato don Quattrone ad affermare senza ombra di dubbio che tutta l’arte è sacra. E’ un errore immenso distinguere tra arte sacra e profana! Esiste l’arte religiosa e non, ma non è il soggetto rappresentato che rende sacra o meno una pittura, una scultura, un brano musicale o un film ma è ciò che trasmette, l’energia, la forza che suscita nel cuore dello spettatore.

Questa esperienza è possibile non soltanto ammirando opere a soggetto religioso ma anche contemplando quadri, sculture, installazioni che apparentemente sembrano non comunicare nulla di profondo. Un’opera d’arte è tale quando acquista una sua autonomia, una vita propria, quando riesce a far compiere all’osservatore riflessioni e percorsi che vanno oltre le intenzioni dell’autore.

Accostare Parola di Dio e arte vuol dire far convivere due canali che hanno la finalità di farci andare oltre la superficie, che conducono l’uomo a pensare, a scoprire la dimensione spirituale della propria esistenza.  

don Paolo Quattrone-red.laprimalinea.it