Mettiti nei panni degli altri perché anche tu potresti trovarti nella loro stessa situazione, è ciò che ci suggerisce il brano della prima lettura tratto dall’Esodo e in particolare la frase con il quale si apre.
“Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d'Egitto”.
L’amore non consiste soltanto nel compiere gesti buoni e belli ma alla radice ci dev’essere la capacità e la sensibilità di sintonizzarci con gli altri, accorgerci di ciò che vivono, nutrire dell’empatia che etimologicamente deriva dal greco ἐν (in, dentro) e πάσχω (soffro): soffro con te, entro in ciò che vivi, ti sto accanto e non ti guardo con distacco e indifferenza, cerco di comprendere lo stato d'animo e la situazione emotiva nella quale sei e già questo è amare.
Nel brano di Vangelo Gesù, interpellato da un dottore della Legge su quale sia il comandamento più grande, risponde: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente", il secondo è il seguente: "Amerai il tuo prossimo come te stesso".
Occorre innanzitutto imparare ad amare Dio che consiste non nel pregare e compiere pratiche religiose per conquistare il suo amore bensì per sintonizzarci con esso, perché ci trasforma, cambia poco per volta il nostro modo di pensare e di percepire la realtà e con essa le persone che incontriamo sul nostro cammino.
Non cadiamo nel tranello di credere che per amare il prossimo sia sufficiente far leva sulla buona volontà e su qualche buon sentimento perché spesso scopriamo che sono insufficienti. "Amerai il tuo prossimo come te stesso", serve fare un passaggio, un viaggio: passare dal nostro io al tu, com’è giusto avere a cuore il mio bene così però devo aver a cuore quello di chi mi si fa prossimo cioè vicino, di chi è parte della mia esistenza.
Spesso viviamo sulla scia di questo slogan: “se sto bene io stanno bene tutti!” Dovremmo cambiarlo così: “se non sta bene l’altro in realtà non sto bene nemmeno io”.
Se il mio prossimo è abbandonato, scartato, dimenticato, ignorato vuol dire che c’è qualcosa che non va anche in me, posso avere tutto, sentirmi al sicuro e arrivato ma manca l’amore. Con questo non si tratta di vivere nel senso di colpa se qualcuno si trova in difficoltà o che io debba risolvere e salvare la vita di tutti, bensì essere consapevole che la mia indifferenza verso qualcuno peggiora la sua situazione ma anche la mia esistenza che si impoverisce un po’ perché ho perso un’occasione.
Mettermi nei panni degli altri significa incrociare le persone non con superficialità, con fretta e pregiudizio, tanto più quelle che sono strettamente parte della mia esistenza e che sono a portata di mano ogni giorno, bensì entrare un po’ in sintonia con esse, accorgermi per esempio di ciò che il partner, un figlio, un genitore, un alunno, un collega, un vicino di casa sta vivendo, non con l’atteggiamento del volermi fare i fatti suoi ma del sintonizzarmi per cogliere ciò che prova e vive.
Per fare questo serve imparare lo stile di Gesù: saper avvicinare all’altro, ascoltarlo, cercare di entrare in sintonia con ciò che sta vivendo, cogliere cosa non va’, prestare attenzione alle sue considerazioni, ai suoi sentimenti senza voler subito capire tutto. Peggio ancora giudicare perché potrei anch’io trovarmi nella sua stessa situazione di tristezza e preoccupazone, di rabbia e afflizone, di malattia e altro. Per questo motivo prima di giudicare con fretta conviene cercare di mettermi nei panni di quella persona.
“Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere” sono parole del grande fotografo francese Robert Doisneau (1912-1994) che con il suo obiettivo ha cercato di cogliere l’umanità nelle sue varie pieghe per scorgerne sopratutto le emozioni, come nel caso dello scatto intitolato, il mughetto del métro del 1953.
In Francia, il primo di maggio, per via di una lunga tradizione, vi è l’abitudine di donare un mazzolino di mughetto. Ciò che colpisce della foto non è certo il fiore bensì la coppia, lei sembra assorta in qualche pensiero che la preoccupa e lui è lì, accanto, seppur a una certa distanza, che cerca di cogliere cosa la turba, in silenzio tenta di sintonizzarsi su ciò che la sua ragazza sta vivendo e anche questo è amare.
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Letture d’arte è un’idea nata dieci anni fa che don Quattrone ha realizzato e che sta portando avanti per il settimanale Il Corriere della Valle della Diocesi di Aosta. Si tratta del commento delle letture della domenica compiendo un viaggio nello sconfinato panorama della storia dell’arte. Ogni settimana accosta la Parola di Dio della domenica ad un’opera, spaziando in varie forme espressive quali la pittura, la scultura, l’installazione, la fotografia, l’architettura.
Si tratta di un percorso che si muove nelle varie epoche, senza pregiudizi, scoprendo la forza e la bellezza non solo dell’arte antica ma anche di quella moderna e contemporanea. Questo cammino è iniziato quasi per gioco e sulla scia degli studi compiuti all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano dove Paolo Quattrone si è laureato nel 2008. La sfida è quella di riscoprire l’arte come canale privilegiato per rientrare in noi stessi, parlare di Dio e andare a Lui.
Il pensiero di fondo che caratterizza questa esperienza è quello che un’opera d’arte è tale nel momento in cui riesce a farci andare oltre la superficie, oltre la realtà. L’artista, come sosteneva Kandinskij, è un sacerdote che ha la missione di aprirci una finestra verso l’oltre, per farci accorgere che esiste una dimensione spirituale, per aiutarci ad esplorare i sentieri dello spirito. Questo ha portato don Quattrone ad affermare senza ombra di dubbio che tutta l’arte è sacra. E’ un errore immenso distinguere tra arte sacra e profana! Esiste l’arte religiosa e non, ma non è il soggetto rappresentato che rende sacra o meno una pittura, una scultura, un brano musicale o un film ma è ciò che trasmette, l’energia, la forza che suscita nel cuore dello spettatore.
Questa esperienza è possibile non soltanto ammirando opere a soggetto religioso ma anche contemplando quadri, sculture, installazioni che apparentemente sembrano non comunicare nulla di profondo. Un’opera d’arte è tale quando acquista una sua autonomia, una vita propria, quando riesce a far compiere all’osservatore riflessioni e percorsi che vanno oltre le intenzioni dell’autore.
Accostare Parola di Dio e arte vuol dire far convivere due canali che hanno la finalità di farci andare oltre la superficie, che conducono l’uomo a pensare, a scoprire la dimensione spirituale della propria esistenza.