A volte pretendiamo dagli altri cose che noi non faremmo mai e questo accade quando veniamo meno a quanto suggerivo la scorsa settimana cioè all’entrare in sintonia con le persone mettendoci in ascolto di quanto vivono nella loro realtà.
Gesù, nel brano di Vangelo secondo Matteo, rimprovera scribi e farisei perché dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Buttano addosso al popolo precetti e norme che neppure loro sono in grado di mettere in pratica. Quante volte anche noi pretendiamo dal partner, da un figlio, da un collega di lavoro, da un alunno, da una classe o un gruppo, dai parrocchiani cose impraticabili che non sono aderenti al reale. Entrare in sintonia con qualcuno vuol dire cogliere una persona per ciò che è non per quello che vorremmo noi, è saper rispettare i suoi tempi, non pretendere tutto subito e mettere da parte le nostre aspettative ideali.
Questo atteggiamento dovremmo assumerlo anche nei nostri confronti, a volte ci carichiamo di fardelli assurdi perché inseguiamo un’immagine ideale di noi stessi, un’ideale di genitore, di sposo/a, di prete, di cristiano che non esiste realmente e questo rende la vita complicata, non andiamo mai bene, ci sentiamo perennemente inadeguati mentre si tratta di vivere la vocazione e le proprie scelte per ciò che siamo con i nostri limiti e pregi.
Tornando agli altri, spesso abbiamo pretese surreali dalle persone: come preti vorremmo che la gente fosse più sensibile alla fede e più consapevole ma dovremmo chiederci: quante volte lo siamo noi?
A scuola, come insegnanti rischiamo spesso di dimenticarci che pure noi siamo stati alunni e non eravamo né peggio né meglio. Vale per i genitori ed educatori, sovente si pretende che un adolescente, un giovane comprenda in cinque minuti ciò che noi abbiamo capito ed assunto dopo anni passando magari anche per errori, deviazioni e sviste.
Come Chiesa rischiamo di imporre a volte sulle spalle della gente delle regole ignorando completamente quella che è la realtà nella quale vivono le persone e questo non per cattiveria ma per mancanza di sintonia con il reale.
Questo non vuol dire scendere a compromessi, giocare al ribasso, svilire il Vangelo o annacquarlo ma renderci conto che corriamo il rischio di dire cose che la gente non è in grado di accogliere e di vivere, è bene puntare in alto per aiutarle a crescere ma allo stesso tempo non puoi chiedere a qualcuno di fare sei gradini con un passo solo! Spesso imponiamo a noi stessi e agli altri pesanti fardelli semplicemente perché non siamo sintonizzati con la realtà nella quale viviamo.
Se ci riflettiamo con calma e con sincerità constateremo che ogni qualvolta ci arrabbiamo con noi stessi o con il prossimo o che restiamo delusi è perché ci siamo costruiti un’immagine ideale che non corrisponde alla realtà mia o dell’altro.
Prendiamoci per ciò che siamo e vivremo meglio, è quanto sembra suggerire il salmo 130, in particolare in questo passo:
Signore, non si esalta il mio cuore né i miei occhi guardano in alto; non vado cercando cose grandi né meraviglie più alte di me.
Accogliere la realtà è anche riconoscere che siamo fatti tutti della stessa pasta, siamo tutti sulla stessa barca nel bene e nel male, siamo figli di Dio, fratelli e sorelle e allo stesso tempo peccatori, come ricorda il passaggio finale della prima lettura tratta dal libro del profeta Malachia. Essere aderenti alla realtà è prendere sul serio ciò che dice Gesù nella parte finale del brano evangelico, accettare cioè che nessuno può ergersi ad essere maestro di altri perchè siamo tutti in cammino e occorre sostenerci a vicenda invece che sgomitare per prevalere, siamo tutti in viaggio e dobbiamo affrontarlo insieme: un prete, pur essendo pastore del suo gregge, dev’essere consapevole che anche lui cresce stando con le sue pecore; un genitore con i propri figli; un insegnante con gli allievi; un medico con i pazienti.
Tutti abbiamo visto almeno una volta l’immagine tratta dal film di Fellini, La Dolce Vita del 1960, dove l’attrice Anita Ekberg entra nella fontana di Trevi seguita poi da Marcello Mastroianni.
Ogni tanto dovremmo fare tutti un sano bagno nella realtà, abbandonare l’immagine ideale di noi o delle persone e prenderci per ciò che siamo, questo renderebbe la vita più dolce.
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Letture d’arte è un’idea nata dieci anni fa che don Quattrone ha realizzato e che sta portando avanti per il settimanale Il Corriere della Valle della Diocesi di Aosta. Si tratta del commento delle letture della domenica compiendo un viaggio nello sconfinato panorama della storia dell’arte. Ogni settimana accosta la Parola di Dio della domenica ad un’opera, spaziando in varie forme espressive quali la pittura, la scultura, l’installazione, la fotografia, l’architettura.
Si tratta di un percorso che si muove nelle varie epoche, senza pregiudizi, scoprendo la forza e la bellezza non solo dell’arte antica ma anche di quella moderna e contemporanea. Questo cammino è iniziato quasi per gioco e sulla scia degli studi compiuti all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano dove Paolo Quattrone si è laureato nel 2008. La sfida è quella di riscoprire l’arte come canale privilegiato per rientrare in noi stessi, parlare di Dio e andare a Lui.
Il pensiero di fondo che caratterizza questa esperienza è quello che un’opera d’arte è tale nel momento in cui riesce a farci andare oltre la superficie, oltre la realtà. L’artista, come sosteneva Kandinskij, è un sacerdote che ha la missione di aprirci una finestra verso l’oltre, per farci accorgere che esiste una dimensione spirituale, per aiutarci ad esplorare i sentieri dello spirito. Questo ha portato don Quattrone ad affermare senza ombra di dubbio che tutta l’arte è sacra. E’ un errore immenso distinguere tra arte sacra e profana! Esiste l’arte religiosa e non, ma non è il soggetto rappresentato che rende sacra o meno una pittura, una scultura, un brano musicale o un film ma è ciò che trasmette, l’energia, la forza che suscita nel cuore dello spettatore.
Questa esperienza è possibile non soltanto ammirando opere a soggetto religioso ma anche contemplando quadri, sculture, installazioni che apparentemente sembrano non comunicare nulla di profondo. Un’opera d’arte è tale quando acquista una sua autonomia, una vita propria, quando riesce a far compiere all’osservatore riflessioni e percorsi che vanno oltre le intenzioni dell’autore.
Accostare Parola di Dio e arte vuol dire far convivere due canali che hanno la finalità di farci andare oltre la superficie, che conducono l’uomo a pensare, a scoprire la dimensione spirituale della propria esistenza.