“Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza”.
Inizio con questa frase presente nella seconda lettura: vero che a volte il modo di agire di Dio può sembrarci lento e in effetti lo è, in quanto sempre mosso dall’amore non si comporta mai nei nostri confronti con violenza o irruenza tanto più per il fatto che deve fare i conti con la nostra libertà. Vi è un ambito però nel quale il Signore è immediatamente pronto ad entrare in azione ed è nel perdonare. Infatti il suo perdono è a nostra disposizione 24 ore su 24, giorno e notte, un dono sempre a portata di mano dove sta a noi decidere se accedervi e accoglierlo. Non a caso, subito dopo la frase citata in apertura seguono queste parole: “Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi”.
Dio è rapido nel perdono ma noi non lo siamo altrettanto nel riconoscere di averne bisogno e nel chiederlo. La scorsa settimana ho promesso che per ogni domenica di Avvento avrei sottolineato un aspetto nel quale essere attenti per accorgerci della presenza di Dio, in questo caso direi che possiamo percepirlo ogni qualvolta ci confessiamo.
Sia nella prima lettura, che nel Vangelo, ricorre l’immagine del deserto: l’evangelista Marco sottolinea che lì Giovanni Battista vi gridava la salvezza divina che poi Gesù avrebbe portato a compimento. Il deserto nella Bibbia è luogo di prova, di solitudine, di passaggio ma anche dove Dio può agire come ha esperimentato il popolo di Israele.
Quante zone desertiche vi sono in noi: luoghi di aridità, di fatica, dove non fluisce la vita, la gioia, territori nei quali ci si trova insabbiati ma ricordiamoci che il Signore può condurci fuori da qualsiasi deserto sta a noi lasciarci prendere per mano.
Il brano di Vangelo ci propone i primi otto versetti del capitolo primo del testo di Marco e inizia dal deserto, un luogo di non vita, per ricordarci che Dio è colui che riporta la vitalità anche là dove sembra essere smarrita, che non vi è situazione dove Lui non possa entrare, sta a noi consentirglielo e questo, alla luce del brano evangelico, avviene mettendoci sulla scia, sui passi degli abitanti della Giudea e di Gerusalemme che accorrevano da Giovanni Battista per confessare i loro peccati e farsi battezzare.
Approfittiamo dell’Avvento per riscoprire la bellezza di confessarci vivendo questo sacramento non come un sederci a un tribunale e tanto meno come un portare una lista di peccatucci. La confessione è il momento nel quale guardarmi sotto la luce e la misericordia di Dio e fare chiarezza sulle strade che sto percorrendo riconoscendo e dicendo innanzitutto i motivi per i quali ringraziare che spesso perdo di vista e successivamente presentando al Signore le zone desertiche, di non fertilità, di non amore e poi affidandogli ciò che più mi pesa, che mi opprime, che non mi permette di camminare con scioltezza; quei sensi di colpa che mi fanno attorcigliare su me stesso e mi chiudono in un sentiero tortuoso dal quale non intravedo uscita.
Infine si tratta di individuare gli ambiti nei quali mi percepisco smarrito, dove ho imboccato vie sbagliate chiedendo l’aiuto per ritrovare la giusta strada. Ricordiamoci bene che non c’è deserto dal quale Dio non ci possa aiutare a uscire, non c’è sentiero tortuoso o strada errata dove non possa mostrarci una via di rinascita e di bellezza proprio come evoca l’opera dal titolo, Exit FR 374 del regista e fotografo tedesco Florian Reinhardt (1978).
La sua professione in campo televisivo lo ha condotto ad avere uno sguardo più attento nei confronti del mondo dell’immagine e della segnaletica, in particolare in un periodo di dieci anni ha fotografato oltre mille segnali di uscita, lui stesso ha affermato: “C'è un certo conforto riflessivo nel concentrarsi sui piccoli dettagli, sui segnali che tutti vedono ma nessuno riconosce. L'uscita è uno di questi segnali onnipresenti che trascuriamo automaticamente.
Per me EXIT significa vivere qui e ora e ricordarci che è sempre una tua decisione consapevole restare nel momento o andartene”.
La confessione è via d’uscita dai peccati, dai deserti, dalle strade tortuose e allo stesso tempo luogo nel quale accorgerci che Dio c’è e ci ama davvero in modo pazzesco.
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Letture d’arte è un’idea nata dieci anni fa che don Quattrone ha realizzato e che sta portando avanti per il settimanale Il Corriere della Valle della Diocesi di Aosta. Si tratta del commento delle letture della domenica compiendo un viaggio nello sconfinato panorama della storia dell’arte. Ogni settimana accosta la Parola di Dio della domenica ad un’opera, spaziando in varie forme espressive quali la pittura, la scultura, l’installazione, la fotografia, l’architettura.
Si tratta di un percorso che si muove nelle varie epoche, senza pregiudizi, scoprendo la forza e la bellezza non solo dell’arte antica ma anche di quella moderna e contemporanea. Questo cammino è iniziato quasi per gioco e sulla scia degli studi compiuti all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano dove Paolo Quattrone si è laureato nel 2008. La sfida è quella di riscoprire l’arte come canale privilegiato per rientrare in noi stessi, parlare di Dio e andare a Lui.
Il pensiero di fondo che caratterizza questa esperienza è quello che un’opera d’arte è tale nel momento in cui riesce a farci andare oltre la superficie, oltre la realtà. L’artista, come sosteneva Kandinskij, è un sacerdote che ha la missione di aprirci una finestra verso l’oltre, per farci accorgere che esiste una dimensione spirituale, per aiutarci ad esplorare i sentieri dello spirito. Questo ha portato don Quattrone ad affermare senza ombra di dubbio che tutta l’arte è sacra. E’ un errore immenso distinguere tra arte sacra e profana! Esiste l’arte religiosa e non, ma non è il soggetto rappresentato che rende sacra o meno una pittura, una scultura, un brano musicale o un film ma è ciò che trasmette, l’energia, la forza che suscita nel cuore dello spettatore.
Questa esperienza è possibile non soltanto ammirando opere a soggetto religioso ma anche contemplando quadri, sculture, installazioni che apparentemente sembrano non comunicare nulla di profondo. Un’opera d’arte è tale quando acquista una sua autonomia, una vita propria, quando riesce a far compiere all’osservatore riflessioni e percorsi che vanno oltre le intenzioni dell’autore.
Accostare Parola di Dio e arte vuol dire far convivere due canali che hanno la finalità di farci andare oltre la superficie, che conducono l’uomo a pensare, a scoprire la dimensione spirituale della propria esistenza.