Domenica scorsa abbiamo letto di Gesù che alla sinagoga di Cafarnao, tra lo stupore della gente, libera un uomo posseduto da uno spirito impuro e la sua giornata continua così, come ci viene narrato dal brano di Vangelo di questa domenica. Leggiamo infatti che il Maestro si reca nella casa di Simone guarendone la suocera che era a letto con la febbre e più tardi, verso sera, è in mezzo alla gente che gli porta malati e indemoniati da guarire e liberare.
Non so se tutte le giornate di Gesù fossero così intense però leggendo il brano di Vangelo colpisce un particolare che descrive Marco: “Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava”.
Credo che cominciasse così tutte le sue giornate tanto più se erano dense di attività e di incontri. Può sembrare strano e assurdo che il Figlio di Dio avesse bisogno di pregare ma in realtà non lo è perché per lui era il modo per connettersi con il Padre e lo Spirito Santo e per lasciarsi ispirare, per non perdere di vista il senso della sua missione, per avere quella giusta carica per affrontare la giornata, per capire cosa dire e cosa fare. Io come comincio la giornata? Pensando immediatamente alle incombenze e magari anche alle seccature che mi aspettano oppure affidandomi a Dio? Inizio guardando ai miei problemi o ricordandomi, attraverso la preghiera, che non sono solo in ciò che vivo? Comincio pensando a quello che non va, oppure dico a me stesso e al Signore almeno un motivo per ringraziare?
Anche le nostre giornate sono belle piene ed è normale che siano così visto che abbiamo delle responsabilità ma una cosa è affrontare tutto confidando solo sulle nostre forze, altra è condividere con Dio quanto siamo chiamati a vivere. Guardare a una giornata tipo di Gesù è un invito a guardare alle nostre per chiederci: io come vivo il mio tempo? Lo spreco? Lo uso bene? Lo affronto con l’ansia e la smania di efficientismo oppure nella totale pigrizia trascinandomi? Riesco ad abitare in modo bello le mie giornate? Se vivo bene il tempo, con equilibrio, questo si ripercuote positivamente su di me. Come mi sveglio al mattino? Ho il tempo per pregare un attimo e iniziare con calma la giornata, prendendo coscienza di me, facendo colazione, scambiando due parole con chi abita con me? Oppure appena apro gli occhi sono già con lo smartphone in mano e poi mi rendo conto che è già trascorsa mezz’ora e faccio tutto di corsa? C’è poi la scuola o il lavoro, le varie faccende: mi do il tempo per fare le cose un po' per volta, cercando di essere presente in ciò che sto facendo senza l’ansia di pensare a ciò che dovrò fare dopo? Mi concedo del tempo per mangiare con calma? Quando rientro a casa come vivo lo studio, lo stare in famiglia e con me stesso? Come uso i momenti liberi? Cosa faccio prima di andare a dormire? A che ora vado a letto?
Credo che, spesso, viviamo male perché non sappiamo organizzarci, non ci godiamo il presente e gestiamo disordinatamente il tempo. Volgiamo lo sguardo alla suocera di Simone a letto con la febbre: questa scena ci rimanda a tutte le situazioni nella quali siamo febbricitanti non a causa dell’influenza ma per il fatto che siamo irrequieti e frenetici; la febbre è correlata all’agitazione, non a caso esistono queste espressioni: la febbre del sabato sera, la febbre dell’oro, la febbre degli acquisti, lavoro febbrile. Siamo anche noi malati come quella donna ogni qualvolta non riusciamo ad abitare con equilibrio il tempo, le giornate, il singolo istante e questo accade quando cadiamo nella pigrizia vivendo da trascinati oppure nella frenesia affrontando tutto con l’ansia, sbrigando più cose nello stesso momento oppure stando sempre altrove e mai sul pezzo, non concentrati sul presente perché, per esempio, spesso appiccicati al cellulare. E ancora iniziando male la giornata senza pregare, dimentichiamoci così che non siamo Dio.
Com’è bella la vita quando ci dona le sue ricchezze (1943) è il titolo di un quadro dell’artista messicana Frida Kahlo (1907-1954) che ha saputo dipingere le questioni reali della vita con un linguaggio surreale. L’opera in questione ci presenta della frutta accanto a una sveglia.
Il tempo va assaporato come il cibo, senza ingozzarci, gustandone ogni istante. Solo così possiamo vivere bene. Impariamo a fare una cosa per volta perché la simultaneità non ci aiuta a far prima e meglio ma soltanto a essere più agitati.
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Letture d’arte è un’idea nata dieci anni fa che don Quattrone ha realizzato e che sta portando avanti per il settimanale Il Corriere della Valle della Diocesi di Aosta. Si tratta del commento delle letture della domenica compiendo un viaggio nello sconfinato panorama della storia dell’arte. Ogni settimana accosta la Parola di Dio della domenica ad un’opera, spaziando in varie forme espressive quali la pittura, la scultura, l’installazione, la fotografia, l’architettura.
Si tratta di un percorso che si muove nelle varie epoche, senza pregiudizi, scoprendo la forza e la bellezza non solo dell’arte antica ma anche di quella moderna e contemporanea. Questo cammino è iniziato quasi per gioco e sulla scia degli studi compiuti all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano dove Paolo Quattrone si è laureato nel 2008. La sfida è quella di riscoprire l’arte come canale privilegiato per rientrare in noi stessi, parlare di Dio e andare a Lui.
Il pensiero di fondo che caratterizza questa esperienza è quello che un’opera d’arte è tale nel momento in cui riesce a farci andare oltre la superficie, oltre la realtà. L’artista, come sosteneva Kandinskij, è un sacerdote che ha la missione di aprirci una finestra verso l’oltre, per farci accorgere che esiste una dimensione spirituale, per aiutarci ad esplorare i sentieri dello spirito. Questo ha portato don Quattrone ad affermare senza ombra di dubbio che tutta l’arte è sacra. E’ un errore immenso distinguere tra arte sacra e profana! Esiste l’arte religiosa e non, ma non è il soggetto rappresentato che rende sacra o meno una pittura, una scultura, un brano musicale o un film ma è ciò che trasmette, l’energia, la forza che suscita nel cuore dello spettatore.
Questa esperienza è possibile non soltanto ammirando opere a soggetto religioso ma anche contemplando quadri, sculture, installazioni che apparentemente sembrano non comunicare nulla di profondo. Un’opera d’arte è tale quando acquista una sua autonomia, una vita propria, quando riesce a far compiere all’osservatore riflessioni e percorsi che vanno oltre le intenzioni dell’autore.
Accostare Parola di Dio e arte vuol dire far convivere due canali che hanno la finalità di farci andare oltre la superficie, che conducono l’uomo a pensare, a scoprire la dimensione spirituale della propria esistenza.