Religio et Fides | 19 maggio 2024, 07:00

'El soplón', 1571-1572- El Greco (1541-1614)

'El soplón', 1571-1572- El Greco (1541-1614)

Non vi accade mai di sentirvi fiacchi, demotivati, scoraggiati? Solitamente non è una questione legata esclusivamente alla stanchezza fisica ma spesso anche a un affaticamento interiore. Noi non siamo solo corpo ma possediamo anche un’anima che a volte ha bisogno di essere rianimata così come esistono negli ospedali i reparti di rianimazione per chi si trova in condizioni fisiche critiche. Desidero porre l’accento sulle parole iniziali con le quali si apre la prima lettura che descrive la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli: "Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all'improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatté impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano".

Lo Spirito Santo si manifesta innanzitutto come vento che in greco si pronuncia anemos (ἄνεμος) che non a caso indica quella parte dell’uomo che definiamo anima; questo vuol dire che la nostra interiorità è strettamente collegata allo Spirito di Dio infatti è proprio Lui che ci aiuta a mantenerla viva e accesa e addirittura a rianimarla, tutte quelle volte che sembra infiacchirsi. Poco tempo fa una persona mi ha fatto questa confidenza: “sono nello sconforto e so che questo non dovrebbe accadere quando si ha fede…”, ricordiamoci bene che il credere in Dio non esime dal provare angoscia, rabbia, dolore o disperazione. La fede non è un anestetico e nemmeno elimina i problemi magicamente bensì è credere che non esiste situazione nella quale lo Spirito Santo non possa accompagnarci e donarci la forza per affrontare ciò che dobbiamo affrontare. L’esistenza con le sue imprevedibilità ci mette alla prova; è normale in certi momenti provare anche sentimenti negativi che sembrano soffocare ogni entusiasmo e vitalità ma crediamo che esiste lo Spirito Santo che può sollevarci e guidarci dentro la realtà in tutta la sua crudezza.

Tornando all’immagine del vento, mi viene alla mente il fuoco quando rischia di spegnersi e rimane solo un po’ di brace ma è sufficiente soffiarci sopra affinché riparta con vigore, proprio come evoca l’opera 'Ragazzo che soffia su un tizzone acceso' (1571-1572) detta anche “El soplón” di El Greco (1541-1614) un artista che con le sue opere ha saputo legare oriente e occidente, cielo e terra, spirito e materia. In un’ambientazione notturna un giovane è impegnato a soffiare su un tizzone, che regge con la mano sinistra, per ravvivarlo e poter così accendere una candela. Si tratta di un’opera in cui El Greco desidera giocare sugli effetti della luce e dei chiaroscuri. Quante volte anche noi siamo come quel tizzone, ci sentiamo quasi spenti, l’entusiasmo è smorzato, tutto diviene pesante, avvertiamo il buio, il freddo e il rischio di abbatterci e di deprimerci è davvero alto.

Allora occorre farci rianimare dal soffio dello Spirito Santo che è sempre in grado di riaccenderci, di farci ripartire e di donarci nuovo ossigeno. Per questa ragione è bene invocarlo quotidianamente, non solo quando ci sentiamo spenti ma anche nei giorni belli affinché il nostro animo rimanga sempre acceso. La nostra interiorità va costantemente alimentata e custodita attraverso la preghiera, il silenzio, concedendoci qualche pausa  dalle attività lavorative, coltivando il bene e il bello. Coltivando tutti quei canali attraverso i quali permettiamo al vento dello Spirito Santo di soffiare in noi.

Nel salmo 103, proposto per la liturgia della domenica di Pentecoste, in un passaggio emergono tali parole : “Togli loro il respiro: muoiono, e ritornano nella loro polvere. Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra”.

Senza lo Spirito di Dio, senza il suo soffio siamo come brace che si spegne, come una barca a vela senza vento, come un uomo privo di aria da respirare. San Paolo dalla seconda lettura invita tutti a camminare secondo lo Spirito e non secondo la carne, cioè non facendo del nostro io il centro di tutto, non contando solo sulle nostre forze, non vivendo appiattiti sulla realtà materiale ma ricordandoci che abbiamo un’anima che solo il soffio dello Spirito Santo può tenere accesa in ogni circostanza in modo da poter affrontare con vigore ogni passaggio dell’esistenza.   

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Letture d’arte è un’idea nata dieci anni fa che don Quattrone ha realizzato e che sta portando avanti per il settimanale Il Corriere della Valle della Diocesi di Aosta. Si tratta del commento delle letture della domenica compiendo un viaggio nello sconfinato panorama della storia dell’arte. Ogni settimana accosta la Parola di Dio della domenica ad un’opera, spaziando in varie forme espressive quali la pittura, la scultura, l’installazione, la fotografia, l’architettura.

Si tratta di un percorso che si muove nelle varie epoche, senza pregiudizi, scoprendo la forza e la bellezza non solo dell’arte antica ma anche di quella moderna e contemporanea. Questo cammino è iniziato quasi per gioco e sulla scia degli studi compiuti all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano dove Paolo Quattrone si è laureato nel 2008. La sfida è quella di riscoprire l’arte come canale privilegiato per rientrare in noi stessi, parlare di Dio e andare a Lui.

Il pensiero di fondo che caratterizza questa esperienza è quello che un’opera d’arte è tale nel momento in cui riesce a farci andare oltre la superficie, oltre la realtà. L’artista, come sosteneva Kandinskij, è un sacerdote che ha la missione di aprirci una finestra verso l’oltre, per farci accorgere che esiste una dimensione spirituale, per aiutarci ad esplorare i sentieri dello spirito. Questo ha portato don Quattrone ad affermare senza ombra di dubbio che tutta l’arte è sacra. E’ un errore immenso distinguere tra arte sacra e profana! Esiste l’arte religiosa e non, ma non è il soggetto rappresentato che rende sacra o meno una pittura, una scultura, un brano musicale o un film ma è ciò che trasmette, l’energia, la forza che suscita nel cuore dello spettatore.

Questa esperienza è possibile non soltanto ammirando opere a soggetto religioso ma anche contemplando quadri, sculture, installazioni che apparentemente sembrano non comunicare nulla di profondo. Un’opera d’arte è tale quando acquista una sua autonomia, una vita propria, quando riesce a far compiere all’osservatore riflessioni e percorsi che vanno oltre le intenzioni dell’autore.

Accostare Parola di Dio e arte vuol dire far convivere due canali che hanno la finalità di farci andare oltre la superficie, che conducono l’uomo a pensare, a scoprire la dimensione spirituale della propria esistenza.  

don Paolo Quattrone-red.laprimalinea.it