Si sa che l'artrosi è una patologia cronica e degenerativa della cartilagine, ovvero è un processo che, lento e inesorabile, porta a consumare la superficie di contatto articolare tra due ossa . La causa principale di questa prognosi nefasta è che la cartilagine, che appunto riveste queste zone di contatto e di carico del peso del corpo, non è vascolarizzata. Significa che non ci sono vasi sanguigni che portino direttamente sostanze utili ai processi di riparazione in caso di microtraumi, cosa che invece accade in modo efficace in tutti gli altri tessuti che così possono cicatrizzare e riparare.
La cartilagine si nutre attraverso il liquido sinoviale prodotto dalla capsula articolare, ma quando l'articolazione è dolorante e infiammata questo liquido è intriso di linfociti e sostanze flogogene, il nutrimento è meno efficace e le cellule della cartilagine (condrociti) non riescono a produrre la matrice extracellulare e le fibre collagene necessarie a supportare i carichi di lavoro, andando incontro alla progressiva disgregazione del tessuto.
Per di più, in condizioni di infiammazione cronica, si attivano anche dei linfociti “natural killer”, soldati addestrati a combattere nelle situazioni più estreme. Sono fortissimi e letali, ma non sanno gestirsi bene e oltre a spazzare via tutti i detriti del processo degenerativo mangiano anche parti di tessuto sano.
Ecco che, se i dolori e le limitazioni articolari sono invalidanti, ci troviamo di fronte alla scelta di sostituire subito l'articolazione degenerata con una protesi, oppure tentare una via conservativa con iniezioni di acido ialuronico e un opportuno rinforzo muscolare per resistere il più a lungo possibile, fino a che ci arrenderemo alla protesi, che per quanto risolutiva del sintomo e portatrice di una nuova funzionalità, resta sempre un intervento chirurgico con i suoi relativi rischi e inefficienze.
Ma cosa si può fare di più se si sceglie la via conservativa? La tecnologia e la ricerca fortunatamente non dormono mai e da qualche anno sono disponibili nel mercato medicale delle apparecchiature di Laser di nuova generazione che per caratteristiche intrinseche e per filosofia di approccio si sono rivelate molto efficaci non solo in termini di riduzione del sintomo, ma anche della reale cura della patologia sottostante.
Il Laser pulsato ad alta potenza agisce in maniera diversa da quelli di vecchia generazione che facevano penetrare l'energia solo in superficie, a livello cutaneo, ottenendo solo blandi effetti antidolorifici. L'alta potenza erogata entra a fondo e raggiunge i tessuti bersaglio fornendo le dosi in joule più appropriate anche alla cartilagine, lo stimolo pulsato fa si che non si alzi la temperatura nel tessuto evitando un aumento dell'essudato con ulteriori linfociti e infine la frequenza viene modulata per ottenere diversi effetti sul tessuto.
In questo modo si può scegliere se ridurre l'infiammazione riacutizzata, se ripulire la cartilagine e l'intera articolazione dai linfociti natural killer in eccesso, oppure se somministrare dosi foto-anaboliche ai condrociti. Quest'ultima possibilità è quella più sorprendente, attraverso “l'abbronzatura” delle cellule della cartilagine si stimola la loro capacità di produrre fibre collagene e matrice extracellulare, quindi si attiva la ricostruzione della cartilagine.
Non possiamo gridare al miracolo solamente per un semplice motivo: le cellule che riprendono a costruire tessuto sano sono solo quelle ancora vive. Le parti di cartilagine degenerate con le cellule ormai morte non possono essere foto-stimolate e quindi la riparazione non sarà completa, ma in un quadro degenerativo cronico destinato all'inevitabile auto-corrosione, l'arresto di quest'ultima e la stabilizzazione del quadro clinico sono già un ottimo risultato.
Ecco che in un programma di riabilitazione con approccio conservativo, strutturato sul lungo periodo, si possono impostare un rinforzo muscolare abbinato a cicli di laser pulsato ad alta potenza per consentire al paziente la riduzione dei sintomi, una buona funzionalità per le attività quotidiane e soprattutto l'arresto della degenerazione strutturale della cartilagine. Ovviamente un po' di accortezza e responsabilità sono necessarie anche da parte del paziente, è inutile lavorare sulla ristrutturazione dell'impianto osteoarticolare per mesi se poi ci si dedica a sport traumatici, come la corsa, il padel o il calcetto, che smantellano sistematicamente i benefici ottenuti.
L'evidenza scientifica per ora certifica l'effetto foto-anabolico, ovvero la stimolazione delle cellule a produrre nuova struttura sana, solo nella cartilagine, ma dato che tutti i tessuti connettivali hanno la stessa origine embriologica (mesoderma) è ragionevole pensare che la reazione di condrociti, tenociti, miociti e osteociti alla luce laser sia la stessa, quindi molto probabilmente è solo questione di tempo perché vengano pubblicati nuovi studi che confermino gli effetti positivi anche per tendini, muscoli e ossa.
Intanto la pratica clinica già fornisce l'evidenza di ottimi risultati per la riduzione degli edemi in fase acuta (strappi muscolari, lesioni tendinee di basso grado, lombo-sciatalgie) e per la riparazione dei tessuti tendinei degenerati da infiammazioni croniche e a rischio rottura.
La medicina evolve, nuovi strumenti vengono testati e utilizzati, altri strumenti più vecchi vengono dismessi o quanto meno si impara ad usarli in modo più efficiente e soprattutto evitando di generare effetti collaterali.
La cosa importante è affidarsi a professionisti competenti che rimangano aggiornati e seguano gli sviluppi delle ricerche. Oltre a sapere che strumenti utilizzare è fondamentale sapere in che fase si trova la patologia, quali dosi di energia somministrare, quali effetti sul tessuto si desidera ottenere e impostare quindi la terapia migliore per il singolo paziente.
Spesso le terapie fisiche strumentali vengono definite inutili da chi ne ha usufruito, evidentemente con scarsi benefici, ma come in ogni campo a fare la differenza sui risultati sono il “chi” e il “come”, oltre alla “cosa” in sé.
Un utilizzo misurato, integrato e intelligente della tecnologia a supporto del trattamento manuale e dell'esercizio funzionale non può che aiutare e portare risultati ancora migliori.
A cura di Stefano Gini
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Sono Stefano, sono nato il 15 novembre 1978 e vivo ad Aosta.
Dopo la maturità scientifica mi sono iscritto al corso triennale di diploma universitario di fisioterapia all’università statale di Milano.
Diplomato nel novembre del 2000, ho intrapreso la professione di fisioterapista presso l’Istituto Radiologico Valdostano (IRV).Già nell’autunno del 2001 ho iniziato il corso di Osteopatia della durata di sei anni presso l’IIO (Istituto Italiano di Osteopatia), sempre a Milano.
Diplomato nell’ottobre del 2007, ho continuato la collaborazione presso l’ IRV, in cui ho ricevuto nel gennaio 2013 l’incarico di Direttore Tecnico del reparto di Fisioterapia.
Da Giugno 2014 svolgo esclusivamente attività di libera professione.
Dalla primavera del 2009, parallelamente alla mia professione, ho coltivato la passione per la pratica del Taiji Quan, antica arte marziale cinese dalle proprietà estremamente benefiche per il corpo, in tutte le sue componenti.
Quindi ho frequentato un corso triennale della NEI DAN SCHOOL e conseguito, nel 2015, il diploma da istruttore di “NEI GONG e QI GONG”.
Con stupore ho riscontrato molti punti di unione, a livello di concetti biomeccanici e fisiologici, tra le discipline che ho avuto la fortuna di studiare… così ho integrato le mie conoscenze e proposto anche il “lavoro interno” del Taiji come ginnastica potente e non traumatica, molto valida come auto-trattamento.
Come Fisioterapista e come Osteopata seguo ogni anno svariati corsi di aggiornamento ECM (Educazione Continua in Medicina) o dei corsi “Post-graduate”.
Tra i più importanti: Corso di “Manipolazione viscerale” con J-Pierre Barral.
Corso sull’ “Osteopatia neonatale” con Viola Frymann.Corso “Valutazione su casi clinici difficili: analisi e integrazione osteopatica” con Renzo Molinari.
Corso di pompage della fascia secondo Bienfait.
Corso di “Dinamica posturale” con Hubert Godard.
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